Un amore lungo 40 anni: è il Golden Gala

15 Settembre 2020

I “Golden Moments” del meeting romano, dal 1980 un viaggio di confini superati e di cancelli scalati: da Pietro Mennea a Usain Bolt, dai 5000-record al doppio primato di El Guerrouj

 

di Giorgio Cimbrico

Il Golden Gala è un magazzino dei mondi, è una grotta dove è stata ammassata una sterminata e preziosa refurtiva, è una biblioteca di Babele dove rileggere capolavori e tornare a stupirsi della loro bellezza, è un’invenzione moscovita di Primo Nebiolo, politico e impresario, un Citizen Kane che mai perse la genuinità provata per un vecchio amore. È un viaggio di quarant’anni, iniziato il 5 agosto 1980 con il volo di Pietro Mennea, che porta su strade maestre, su direttrici storiche, su confini superati, su cancelli scalati, come quelli abbattuti da Said Aouita il 22 luglio 1987: primo 5000 sotto i 13:00 dopo aver dato un’occhiata quasi furente al display, al suono della campana. Segnava dodici minuti e qualcosa e il marocchino, il kaid, il capo, strinse i denti per quell’ultimo giro solitario: 12:58.39. I record del Grande Nord spariti in una calda e umida serata romana. I 5000 sarebbero diventati un classico: il record mondiale di Moses Kiptanui, 12:55.30 otto anni dopo; il magnifico testa a testa del 2004, ben al di sotto dei 12:50, risolto da Eliud Kipchoge, ancora adepto della pista, su Sileshi Sihine. Quei tempi (12:46.53 e 12:47.04) li collocano ancora, dopo sedici anni, al settimo e al decimo posto di sempre.

Nelle sue apparizioni Usain Bolt (culminate nel 9.76 del 2012, alla vigilia della seconda scorpacciata olimpica), portò un’eccitata allegria, da carnevale caraibico: Hicham El Guerrouj invitò a una riflessione sulla bellezza della corsa quando viene interpretata come un’arte in movimento. Tutto ebbe il suo alfa il 14 luglio 1998 e il suo omega il 7 luglio 1999 e sul giudizio che investe i due record imbattuti pesa la calligrafia espressa dal marocchino. Accanto al record dei 1500 è scritta una delle date che appartengono alla storia dell’umanità, il 14 luglio. E quei giorni erano stati attraversati dalle parole e dalla musica guerresca della Marsigliese: 48 ore prima, a Saint Denis, una Francia multietnica aveva ridicolizzato il Brasile e conquistato la Coppa del Mondo di calcio. Due milioni sugli Champs Elysées, entusiasmo senza confini. Non restava che sostituire Zinedine Zidane con Hicham El Guerrouj: il Nordafrica come un giardino dell’Eden.

Hicham doveva compiere 24 anni, nel ’97 aveva portato un sostanzioso attacco al record di Noureddine Morceli vincendo in 3:28.91 al Letzigrund. A Roma l’assalto venne preparato con cura da Gigi D’Onofrio: a ricoprire il ruolo di scanditori di ritmo, Robert Kibet, una sicurezza, e un promettente 19enne, Noah Ngeny.

Le lepri keniane - prima Robert, poi Noah - garantirono il ritmo per assestare una scossa al 3:27.37 nizzardo di Morceli: 53.6 ai 400, 1:50.5 agli 800 e un formidabile 2:18.5 al chilometro. El Guerrouj mise il volto avanti ai 1200, passati in 2:48.4, corse gli ultimi 300 in 39.66 (l’ultimo giro in 53.5) senza che mai lo sforzo calasse una patina di grigiore sul gesto. 3:26.00. Quel record è stato avvicinato da El Guerrouj (3:26.12 tre anni dopo a Bruxelles, trascinando Bernard Lagat a 3:26.34) e ha subìto minaccia cinque anni fa a Montecarlo: 3:26.69 di Asbel Kiprop, l’esile figura finita nelle ombre del doping.

Cinquantuno settimane dopo, El Guerrouj aveva deciso che lo stesso stadio, lo stesso meeting, erano l’occasione giusta per stringere i due scettri: dopo il miglio metrico, quello classico, imperiale. Ebbe ancora Kibet e un altro professionista del ritmo, William Tanui. A Ngeny, che era cresciuto, toccò la parte del contendente. Il passaggio alle 880 yards in 1:51.58 (Kibet), trasmise i primi fremiti. Poi il metronomo passò nelle gambe di Tanui: 2:18.8 al chilometro. Hicham sbucò ai tre quarti, qualcosa meno di 2:48. Ngeny lo seguiva come un’ombra. Ai 1500, 3:28.21 contro 3:28.6, quattro decimi che il keniano ridusse a 27 centesimi in 109 indimenticabili metri finali che El Guerrouj bruciò in 15 secondi e il keniano in 14.8. Il 3:43.13 migliorava di 1.27 il record di Morceli e il 3:43.40 di Ngeny è ancora il secondo risultato di sempre. Passato il promontorio dei vent’anni, quei due record sono ancora al loro posto.

Nell’asta, il Golden Gala ebbe in sorte una guerra stellare: fu l’ultimo sussulto della vecchia scuola francese, fu la definitiva presa di potere di quella sovietica, ucraina. Questa supremazia sarebbe durata per quasi tre decenni, per conoscere il suo termine - ironia del caso - a Donetsk, residenza bubkiana, ad opera di uno dei rami nati dalla solida pianta dei Galli-Galletti: Renaud Lavillenie. Il 1° settembre 1983 a Thierry Vigneron, detto Tin Tin, pettinatura da paggio di Francesco I, furono necessari sei salti, tre alla quota topica, 5,83, per aggiungere un centimetro al record mondiale di Pierre Quinon. Per Thierry, primo oltre i 5,80, era il quarto record del mondo. Sergey Bubka non era ancora entrato in scena, lo fece di lì a pochi giorni a Helsinki, a 19 anni e mezzo, conquistando da sconosciuto la corona mondiale. Il 31 agosto 1984, come sull’affiche di un grande incontro di pugilato, il Golden Gala offriva Vigneron versus Bubka. Il match non deluse le attese: l‘uno e l’altro puntarono al ko e, anticipando il finale, è consentito azzardare che Bubka ebbe la meglio ai punti, senza atterramento. Bubka saltò 5,60 alla seconda, come Vigneron a 5,70. A 5,81 Sergey fallì e decise di tenere due salti a 5,84.

Thierry scavalcò alla seconda, Bubka lo imitò. Alle 22.40 il transalpino ricadde festante sui sacconi: 5,91, record del mondo, il quinto della sua vita per via aerea. Bubka fallì, disse che poteva bastare e passò a 5,94. Vigneron si sedette non lontano dalla zona d’atterraggio, fumò una Gauloises (a quel tempo si poteva…), attese. Alle 22.50 un lungo bramito del pubblico salutò l’impresa di Bubka che decise che una serata del genere doveva essere celebrata sino in fondo: tre assalti a 6,00. In quel momento sembrava una frontiera proibita; sarebbe stata varcata meno di un anno dopo a Parigi, alla vigilia della festa nazionale francese.

Il 29 giugno 2001, Golden Gala numero 21, una 19enne russa dai magnifici occhi blu finì seconda nel salto con l’asta: 4,42 contro i 4,72 dell’americana Stacy Dragila. La ragazza con gli occhi blu, di mamma russa (Volgograd, la vecchia e gloriosa Stalingrado dove la guerra conobbe la svolta), papà della piccola etnia caucasica dei Tabasarans, era Yelena Isinbaeva. Dopo la vittoria nel 2007 (con 4,90), il momento atteso venne alla sua terza esibizione romana, l’11 luglio 2008, a otto anni dall’ultimo record mondiale del Golden Gala, quando Trine Hattestad, dai magnifici capelli biondi degni di una lady Godiva, sparò a 68,22 il nuovo giavellotto. Yelena, pifferaia magica, trattenne il pubblico quando ormai il meeting aveva esaurito il copione e il cast stava preparandosi al party finale. Lei contro un’asticella alzata a 5,03, nel tentativo di ritoccare il punto più alto non con il solito centimetro ma, bontà sua, con un’accoppiata. Il volo buono venne alla seconda, poco prima che le luci della ribalta si spegnessero.

RECORD DEL MONDO AL GOLDEN GALA
Asta Thierry Vigneron (Fra) 5,83 - 1983
Asta Thierry Vigneron (Fra) 5,91 - 1984
Asta Sergey Bubka (Urs) 5,94 - 1984
5000 Said Aouita (Mar) 12:58.39 - 1987
5000 Moses Kiptanui (Ken) 12:55.30 - 1995
1500 Hicham El Guerrouj (Mar) 3:26.00 - 1998
Miglio Hicham El Guerrouj (Mar) 3:43.13 - 1999
Giavellotto Trine Hattestad (Nor) 68,22 - 2000
Asta Yelena Isinbaeva (Rus) 5,03 - 2008

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Il volo di Yelena Isinbaeva a 5,03 nel Golden Gala del 2008 (foto Colombo/FIDAL)


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